Justin Trudeau

di Elia Cristofoli, Corinna Paron, Rocco Sartori, Nicolò Zanon

Justin Trudeau
L’immagine dell’autore  Steve Jurvetson è sotto licenza CC BY 2.0 . La versione originale è visibile al link ed è stata ritagliata per necessità editoriali.

We need to make sure we’re all working together to change mindsets and to fight against the bad habits that we have as a society“.

Justin Pierre James Trudeau nasce ad Ottawa il 25 dicembre 1971, primogenito dell’ex primo ministro Pierre Trudeau e Margaret Sinclair.

Pierre Elliot Trudeau

Il padre, Pierre Elliot Trudeau, è stato uno dei leader politici più importanti del Canada. Nato da una famiglia molto benestante di Montreal, nel Quebec, conservatore e ultracattolico, Trudeau padre era di famiglia bilingue, essendo la madre anglofona di origini scozzesi. Avvocato giuslavorista, tra il 1951 e 1961 entrò a far parte del Liberal Party. Il 6 aprile 1968 venne eletto primo ministro a Ottawa. Fu inoltre tra i principali promotori della sanità pubblica e del welfare canadese. Due anni dopo, Pierre Trudeau dovette affrontare una delle più gravi crisi politico-istituzionali del dopoguerra, nota come “crisi di Ottobre”, generata dalle violenze da parte dei separatisti dell’estrema destra Quebecoise. In questa situazione, per la prima e ultima volta nella storia del Canada, fu istituita la legge marziale in tempo di pace. Il suo ultimo rilevante atto riformatore, a coronamento dei 16 anni alla guida del Canada, è stata la separazione definitiva dalla Corona britannica votata dal Parlamento nel 1981.
Pierre Elliott Trudeau muore il 28 settembre 2000 all’età di 81 anni.

Justin Trudeau è il leader del partito liberale canadese. Prima di entrare in politica, consegue due lauree: in Lingue alla McGill University e in Scienze dell’educazione alla British Columbia University. Dopo aver intrapreso una breve esperienza di insegnamento a Vancouver, decide di tornare a studiare: tra il 2002 e 2003 studia Ingegneria al politecnico di Montreal e l’anno successivo segue un master in Geografia ambientale alla McGill. Nel frattempo, si avvicina all’ambiente politico e comincia la sua ascesa: nel 2008 viene eletto membro del Parlamento per il collegio di Papineau, nel 2013 ottiene la leadership del partito Liberale del Canada ottenendo l’80,1% dei consensi. Nel 2015 diventa Primo Ministro.

Justin Trudeau insegue le idee liberali progressiste che appartengono alla sua famiglia già dai tempi del padre. Anche la moglie di Justin, Sophie, si impegna in vari ambiti sociali: fa beneficenza collaborando con organizzazioni no-profit ed è in prima linea su problematiche legate principalmente a donne e bambini.

Fonte: www.wikipedia.it

PROGRAMMA ELETTORALE

Trudeau ha sconfitto il premier uscente, il conservatore Stephen Harper, con un programma elettorale progressista che si basa su alcuni punti-chiave. Intanto, i cambiamenti climatici: Trudeau proponeva di stabilire una politica di contrasto al riscaldamento globale entro 90 giorni dalla Conferenza delle Nazioni Unite del 2015. In questo modo il Canada rientrava nel protocollo di Kyoto del 2011, dal quale si era allontanato per favorire il mercato petrolifero.

S. Harper

Poi, il tema caldo delle tasse: Trudeau interviene aumentando dell’1% le tasse ai più ricchi per tagliarle alla classe media, ovvero diminuire le imposte su redditi compresi tra 3mila e 81mila euro. Ancora, il premier neoeletto interviene su un tema problematico come quello dell’aborto, ribaltando l’atteggiamento del suo predecessore. “Nessun governo deve interferire su quello che una donna fa con il proprio corpo”, ha dichiarato.

Un ulteriore punto molto discusso è quello riguardante la legalizzazione della marijuana. Trudeau ne aveva promesso la legalizzazione, volendola rendere accessibile sia per ragioni mediche che per scopi ricreativi. Legalizzata nel 2018, ha portato con sé anche molti dubbi e perplessità per le possibili conseguenze sociali.

Infine, Trudeau si è impegnato per i diritti delle popolazioni indigene: il nuovo governo aveva garantito di instaurare nuove relazioni con i nativi americani. Tra i primi provvedimenti è stata garantita la creazione di una commissione d’inchiesta sulle violenze e le sparizioni di cui sono stati vittime donne e bambini indigeni e un investimento di 2,6 miliardi di dollari per l’istruzione dei nativi.     

POLITICA INTERNA CANADA

Il Canada, guidato dal Partito Liberale di Justin Trudeau dal 2015, si avvia a nuove elezioni federali alla fine del 2019. L’anno in corso sarà pertanto decisivo per il Governo Trudeau, a maggior ragione alla luce delle numerose tensioni con alcuni Governi provinciali, che si sono progressivamente acuite nel corso del 2018.

Questioni particolarmente sensibili, e ancora insolute, riguardano in particolare il progetto di espansione della Trans Mountain Pipeline (TMP), oleodotto acquistato dal Governo federale nel 2018 e la cui espansione incontra l’opposizione della British Columbia; e l’imposizione di una carbon-tax federale alle Province (New Brunswick, Saskatchewan, Manitoba e Ontario) che si sono rifiutate di adeguarsi a quanto previsto al riguardo dal Pan-Canadian Framework on Clean Growth and Climate Change adottato nel 2016. Sia nel caso della TMP che in quello della carbon-tax le Province interessate hanno presentato ricorso in Tribunale, allo scopo di definire i limiti delle competenze della giurisdizione federale.

Dall’altra parte, il 2018 ha visto importanti successi del Governo federale, ed in particolare l’accordo con le Province sulla divisione dei proventi della “cannabis tax” e soprattutto la conclusione dei negoziati con USA e Messico per il “nuovo NAFTA”, firmato il 30 novembre 2018. Anche le posizioni nette che il Governo ha preso in politica estera, soprattutto relativamente alla tutela dei diritti umani, appaiono aver riscosso l’approvazione della maggioranza dei canadesi.

Come si vede, la politica di Trudeau è considerata oggi diametralmente opposta a quella della vicina America, guidata da Trump. Trudeau ha proposto infatti un piano politico – e lo ha fino ad ora mantenuto – basato su provvedimenti fortemente progressisti e “scomodi”, come l’accoglienza di 25mila profughi siriani o la promozione dei diritti degli omosessuali. Il tutto condito da un insolito favore per i media, dai quali si lascia spesso e volentieri immortalare, sia quando si tratta di partecipare al gay pride lanciandosi in un ballo scatenato, di apparire sulla copertina di Vogue, di fare flessioni insieme agli atleti paraolimpici, o di scusarsi per aver colpito involontariamente una deputata durante una concitata seduta parlamentare sull’eutanasia.

Photo Norman Jean Roy, Vogue, Gennaio 2016

Il 16 marzo del 2016 Justin Trudeau, in occasione del suo intervento alla Riunione delle Nazioni Unite sulla parità di genere, si è apertamente dichiarato femminista, affermando di non comprendere come sia possibile scandalizzarsi quando un uomo – politico o comune che sia – si definisce tale. Come già aveva fatto Obama in America, dunque, anche il Premier canadese afferma di credere fermamente nella parità di genere e nell’importanza di creare una struttura sociale concretamente fondata sulla sostanziale uguaglianza razziale. Valori che egli mette in pratica anche nella propria strategia politica, ottenendo una maggiore rappresentanza delle donne e delle minoranze culturali in Parlamento.

Justin Trudeau usa certamente l’effetto mediatico che, unito alla sua forte personalità, ne hanno già fatto un’icona vivente. Ma c’è della sostanza in tutto questo: Trudeau è un uomo giovane, con valori importanti, che affronta temi attuali, all’avanguardia su tutta la linea, sia rispetto all’America che all’Europa, e che davvero tenta di mettere in pratica ciò che aveva promesso.

POLITICA ESTERA

Durante la campagna elettorale, Justin Trudeau, all’epoca in corsa per diventare il Primo Ministro canadese, aveva promesso di esportare i valori progressisti (definiti da egli stesso “valori del Canada”) anche nel resto del mondo attraverso la sua politica estera e di porre fine al periodo di isolazionismo voluto dal suo predecessore, Stephen Harper, sconfitto alle elezioni.

Detto fatto: appena un mese dopo la sua vittoria, con lo slogan “Canada is back”, Trudeau firma gli Accordi di Parigi sul clima e tiene un discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in cui afferma: “We’re Canadian and we’re here to help”. Tuttavia, una botta d’arresto agli slanci del Canada è certamente arrivata dall’elezione di Donald Trump a Presidente degli Stati Uniti d’America, che ha da subito promosso una politica conservatrice, protezionista e isolazionista. Trudeau si è così trovato, e si trova tuttora, in difficoltà nel mantenere le promesse sulla politica estera fatte in campagna elettorale.

Rapporti con gli Stati Uniti

E questo in primo luogo perché il Paese con cui il Canada intrattiene il maggior numero di relazioni diplomatiche sono proprio gli Stati Uniti. Fino al 2016 i rapporti tra i due Paesi erano estremamente cordiali: sia Barack Obama, Presidente dal 2008 al 2016, che Trudeau, Primo Ministro del Canada dal 2015, erano di schieramento liberale, progressista, multilateralista, tendenti all’ala di centro-sinistra dei rispettivi partiti (Democratico per il primo, Liberale per il secondo), favorevoli al libero scambio e alla collaborazione tra Stati, ma anche simili nella gestione della politica interna, con un programma volto ad avvantaggiare i più deboli. Dopo il 4 novembre 2016 (data dell’elezione a Presidente di Donald Trump) quella che possiamo definire come l’età dell’oro nelle relazioni bilaterali tra i due Paesi nordamericani finì. Da quel momento i rapporti tra Trudeau e Trump (e quindi tra i rispettivi paesi) s’incrinarono sempre di più, come si poté notare nel G7 del 2018, tenutosi nella capitale canadese di Ottawa, al cui termine Trump definì il premier canadese un “debole inetto”. Le divergenze, tuttavia, si concentrano soprattutto su questioni economiche: Donald Trump è sempre stato uno scettico del NAFTA (North America Free Trade Agreement), il patto di libero scambio che riunisce Stati Uniti, Canada e Messico, mentre Trudeau ne è un fervente sostenitore. Il 30 settembre 2018 i leader dei tre paesi si sono riuniti e, su richiesta di Trump, hanno firmato l’USMCA (United States, Mexico and Canada Agreement). Particolarmente dure sono state le misure anticinesi volute da Trump per avere qualche carta in più da giocare nella cosiddetta “guerra dei dazi”.

Rapporti con altri paesi e organizzazioni

Il mutato clima politico, tuttavia, si fa sentire ben oltre le sponde del Pacifico e dell’Atlantico, tanto da rendere difficile a Trudeau di proseguire nel suo programma politico, in particolare con gli altri attori di primo piano sulla scena internazionale. Ad esempio, il Canada e l’Unione Europea hanno adottato, dal 2017, un accordo di libero scambio tra le due sponde atlantiche, il CETA (Canada and Europe Trade Agreement). Tuttavia, a seguito del passaggio di testimone avvenuto in Italia tra il governo Gentiloni e quello Conte, non pochi dubbi sono sorti in Italia su questo accordo.  Una vera e propria crisi, tuttavia, si ebbe nelle relazioni con l’Arabia Saudita: quando Trudeau denunciò le violazioni dei diritti umani compiute dalle autorità saudite, tra cui l’incarcerazione di due studentesse, il governo arabo reagì ritirando il proprio ambasciatore in Canada e ingiungendo agli studenti di nazionalità saudita presenti in Canada di tornare in patria.

Più che uno scandalo forse uno scivolone ha caratterizzato la visita di Trudeau e della sua famiglia in India per l’incontro con il Primo Ministro del Paese Narendra Modi (eletto nel 2014 e attualmente in carica). Durante la visita Trudeau, sua moglie e i suoi figli indossarono gli abiti della tradizione indiana. Ciò divise le opinioni pubbliche indiana e canadese tra coloro che sostenevano che il premier avesse dimostrato, con la scelta di vestirsi come gli Indiani, di essere vicino all’India e alla sua cultura e coloro che, invece, ritenevano che il Primo Ministro avesse, inconsapevolmente, ridicolizzato le usanze locali, senza tener conto del rispetto dovuto alla cultura di un Paese straniero.  

Anche i tentativi di stipulare un trattato commerciale con la Cina non furono coronati dal successo. L’obiettivo di Trudeau era di stipulare un accordo commerciale basato su valori definiti dal Primo Ministro come “progressisti”, che tuttavia non soddisfò i Cinesi che, soprattutto riguardo ai temi ambientali, hanno posizioni distanti da quelle dell’Occidente. A complicare la situazione sono intervenute la “guerra dei dazi” e la rinegoziazione del NAFTA voluta da Washington, in funzione anticinese. Infine, anche nell’ambito delle Nazioni Unite il Canada ha ottenuto risultati insoddisfacenti: durante la campagna elettorale Trudeau aveva promesso di aumentare il contributo canadese nelle missioni di peacekeeping e nei contributi economici per aiutare lo sviluppo di paesi terzi. In entrambi i casi, tuttavia, Trudeau è ancora lontano dal mantenere le sue ambiziose promesse. Di certo è ancora lontano dall’ottenere il seggio non-permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che il Canada ambisce da tempo.

SCONTRI POLITICI RECENTI

All’inizio del 2019 Trudeau si trova seriamente nei guai dopo che l’ex procuratrice generale Jody Wilson-Raybould ha testimoniato davanti al Parlamento di aver ricevuto pressioni perché lasciasse cadere le accuse di corruzione contro una società ritenuta vicina al governo e al partito liberale. Si tratta dell’ultimo atto di uno scandalo politico che va avanti da settimane, ma che è arrivato da poco a un punto di svolta: secondo diversi commentatori, il governo di Trudeau rischia di cadere e la sua carriera politica potrebbe esserne seriamente danneggiata.

Un leader travolto da uno scandalo giudiziario o forse un leader troppo progressista per la mentalità attuale che per le sue idee non ha incontrato le simpatie dei più potenti? La domanda sembra rimanere aperta.

Per saperne di più

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